"La fine di un'era" di Riccardo Desiati
Addio vecchio e caro edificio scolastico: dopo la Scuola Materna, per anni gestita dalle suore della Dottrina Cristiana di L’Aquila, un altro pezzo della mia infanzia scompare dalla geografia comunale di Rocca di Cambio. In questi giorni viene abbattuto e dunque cancellato l’ex-edificio scolastico (da tutti i “rocchicagnesi†comunemente chiamato “La scuolaâ€) che tra le sue mura ultimamente ospitava la Farmacia Comunale, la Pro Loco, il Circolo Anziani ed il seggio elettorale e che già negli anni scorsi era già stato oggetto di attenzione, per un eventuale cambio di destinazione, da parte dell’Amministrazione Comunale.
Tale progetto “metamorfico†ha avuto una complicità inattesa, sebbene da nessuno auspicata e meno ancora desiderata: il violento terremoto che lo aveva seriamente danneggiato insieme ad altri edifici, la notte del 6 aprile 2009 e che tanti lutti e distruzioni ha distribuito nell’aquilano. In questi mesti giorni di Novembre, siamo purtroppo giunti all’epilogo che personalmente non mi sarei mai aspettato ed al quale mai avrei voluto assistere: la demolizione.
Sono consapevole che scrivere queste parole in ricordo del tempo andato, attirerà su di me la critica feroce di chi vede la cosa diversamente e che ha opinioni diverse dalle mie ma non siamo tutti uguali e per me, va bene così. L’edificio, pur non essendo più da anni la scuola elementare del nostro paese, perché essa era stata trasferita, unitamente alla scuola materna nella vicina Rocca di Mezzo, era però sempre rimasto un simbolo per tante persone, anche se utilizzato in modo diverso dal ruolo istituzionale che aveva degnamente ricoperto in passato. In quelle aule i nostri genitori avevano avuto modo di imparare a leggere, scrivere e tener di conto, per molti degli allora scolari che le frequentarono, esse hanno avuto il ruolo fondamentale di prepararli alle successive e future carriere professionali.
Per tanti “Figli della Lupa†o “Giovani Italiane†ed amenità simili, l’edificio scolastico ha rivestito il ruolo della severità educatrice al punto tale da venire a noia per via degli esercizi di ginnastica e di propaganda, che il nascente Regime Fascista imponeva loro. In quelle aule verso la fine della Seconda Guerra Mondiale era stato ricavato anche un piccolo ospedale militare ove le truppe della Werhmacht trasportarono una parte dei feriti provenienti dal fronte di Cassino.
Negli anni del secondo dopoguerra, l’edificio tornò a svolgere il suo ruolo di sede della scuola elementare comunale, anche se piuttosto malridotto e poco accogliente, fino alla fine dell’anno scolastico 1966/67.
Nell’ormai remoto 1° ottobre 1967, entrai da “remigino†in quelle aule allora appena restaurate e rimesse a nuovo dal dottor Aldo Jacovitti, il quale con il suo gesto, volle rendere più accogliente e confortevole l’approccio allo studio per i bambini di Rocca di Cambio. Mi tornano alla mente i momenti più intensi per un bambino di quella età , il primo approccio con la maestra, le prime e “sghembe†lettere scritte una diversa dall’altra con la matita, il successivo passaggio alla scrittura ad inchiostro, dapprima con pennino e calamaio poi, rigorosamente con la penna stilografica. Ed ancora, il timore di sbagliare, l’emozione nel dover rispondere e la soddisfazione per un bel voto contrapposto all’imbarazzo di un brutto voto con la consapevolezza di cosa ci aspettava poi tornando a casa.
In quelle ariose ed illuminate aule, abbiamo studiato ed imparato, abbiamo recitato per le feste di Natale, per la festa della mamma ed in tutte le occasioni e ricorrenze che vedevano i bambini di Rocca di Cambio, protagonisti di momenti di festa ma abbiamo anche fatto la prima conoscenza con la disciplina e con le regole della vita,. Ricordo i giorni a fine anno scolastico, quando le maestre ci consegnavano le pagelle ed ancora, ricordo l’ultimo giorno che da scolaro varcai la porta della scuola, dopo aver sostenuto gli esami di quinta elementare: finiva per me il ciclo scolastico a Rocca di Cambio ma soprattutto, era l’epilogo di uno dei periodi più belli ed intensi di bambino, costellato di soddisfazioni e di piacevoli ricordi che animano la mia memoria con sufficiente nostalgia.
Sarà una forma di romanticismo in senso lato o più semplicemente, di una forma di gelosia possessiva dei propri ricordi di infanzia poiché in quelle aule ho pur sempre trascorso cinque anni della mia vita e proprio lì, frequentando le elementari, ho avuto modo di apprendere i rudimenti dell’istruzione primaria ed in quei locali ho posto in essere le fondamenta del mio percorso formativo culturale e di vita, il quale mi ha successivamente messo a confronto, per lavoro e/o per diletto con altre realtà professionali e culturali in Italia ed all’estero.
In qualche modo mi sono sempre sentito legato affettivamente a quel “grigio palazzone†verso il quale ho sempre sentito il dovere di portar rispetto per tutto ciò che rappresentava e del suo modo sobrio di farmi sentire in debito, per aver stimolato in me la sensibilità alla cultura.
Per tutto questo e per tante altre cose di cui adesso è pietoso e saggio tacere, pur nell’intensa commozione di veder soccombere la struttura, risparmiata dalla violenza della natura ma inerme all’aggressione portata dagli escavatori e dai e i mezzi meccanici, dal profondo del cuore sento di dover esprimere il mio disagio nel vedere quello che per me e tanti ha rappresentato solo ed esclusivamente una fonte di cultura ed aggregazione, essere ridotta ad un cumulo di pietre e calcinacci.
La mia speranza (mi auguro non si tratti solo di mera speranza) è che, in luogo di che è stato demolito perché inagibile e pericolante, venga ricostruito un edificio il quale possa in qualche modo ricalcare le orme del precedente edificio, di qualcosa cioè che abbia a che fare con l’educazione e la formazione culturale, perpetuandone i fini per i futuri cittadini di Rocca di Cambio e tenendo sempre a mente ciò che un’anonima mano ha scritto sopra un muro del campo di sterminio, ad Auschwitz: “Chi non conosce la storia, e costretto a riviverlaâ€.











