LE CANZONI (Storie e storielle)

tratto da "UN AMORE? ROCCA DI CAMBIO"
di Pio Di Stefano
REA Edizioni


" MAMMUPEPPE I JI MAZZAMUREJE"


3 maggio. La festa di Santa Croce. Una bella giornata di primavera con un cielo limpido nel quale spiccano le vette dei monti ancora bianche dell'ultima neve. Una giornata ideale per organizzare la tradizionale scampagnata.
Una giornata ideale anche per far tornare l'entusiasmo giovanile nel cuore di una arzilla vecchietta del paese: Mammupeppe, la quale avvertì all'improvviso il desiderio di riunire intorno a sé le giovani del paese quasi per tornare ad essere giovane anche lei.
La meta sarebbe stata il Santuario di Santa Lucia, un'antica chiesetta di campagna che si fa risalire all'anno 1200, non troppo lontana dal paese. Le gambe di Mammupeppe, infatti, pur volenterose, non ce l'avrebbero fatta a raggiungere la Croce posta quasi sulla vetta di monte Cagno dove gli altri, come da tradizione, sarebbero andati in processione per rinnovare un rito che si tramandava da anni.
La chiesetta di Santa Lucia offriva anche, a pochi metri, una sorgente di limpida acqua ed il bosco nel quale raccogliere legna e frasche per accendere un bel fuoco. Il luogo era incantevole e suggestivo, nello stesso tempo, per le storie dei "Mazzamureje" che vi aleggiavano intorno.
L'appuntamento era per le ore 9.00. Le ragazze, una quindicina in tutto, puntuali come non mai, chiassose e spensierate, attesero Mammupeppe davanti alla Chiesa del paese. Avevano preparato un po' di tutto per cucinare all'aperto e tutto era stato caricato nelle "bigonce" portate da un umile asinello. All'arrivo della più che mai arzilla vecchietta, dopo aver ricontrollato tutto ciò che era stato preso per vedere se qualche cosa fosse stata dimenticata, si avviarono allegramente, schiamazzando, tanto da far innervosire e suscitare le ire di coloro che abitavano nelle vicinanze. Scherzavano lungo il cammino e si prendevano in giro a vicenda con canzoni , le satire, le cui parole sembravano riflettere la particolare situazione sentimentale di ognuna.
Scesero per la strada del Rio, passarono davanti al lavatoio pubblico che ogni giorno le aveva viste sudare davanti ad enormi mucchi di panni sporchi, quindi costeggiarono il laghetto di Santa Lucia ed infine giunsero nel piazzale antistante la Chiesetta. Individuarono il luogo ove sostare, scaricarono l'asinello e si sparpagliarono, per ordine di Mammupeppe, in cerca di legna secca.
Mammupeppe rimasta sola, dopo aver sistemato e dato un po' di ordine a tutto ciò che era stato portato, in un momento di pausa approfittò per entrare nella Chiesa. Fuori, inoltre, da qualche minuto cominciava a spirare uno strano e fastidioso venticello che la spinse a cercare un riparo.
L'interno della Chiesa era come al solito freddo per via di quella umidità che stava rovinando gli affreschi del 1300. Le ragnatele erano appese sulle travi che sorreggevano il tetto ed un lugubre sibilare del vento proveniva dalla sottostante cripta.
Ma la vecchietta non si impaurì, si sedette ad uno dei banchi, si inginocchiò e incominciò a biascicare le sue preghiere.
All'improvviso ebbe l'impressione di vedere qualcosa muoversi sul fondo di una navata. Non distinse nulla, si guardò intorno e, rassicuratasi, tornò a pregare. Qualcosa però la distrasse nuovamente, aguzzò la vista ed a fatica, nella penombra della Chiesa, vide un qualcosa di molto piccolo che si muoveva velocemente. Era un esserino vestito di rosso, con in testa un curioso cappello dello stesso colore che, dopo aver corso su e giù e fatto alcune capriole fra i banchi, scomparve.
Mammupeppe represse un urlo istintivo, si ricordò dei "Mazzamureje", si guardò di nuovo intorno più di una volta e, non vedendo alcuno, si riprese dallo spavento riacquistando subito il solito sangue freddo.
" I mazzamureje certo si preparano a farci qualche scherzetto" pensò " ma forse riesco io a farne loro uno migliore". Si guardò ancora intorno, pensò un attimo e, quindi, decise di radunare le ragazze intorno a sé. Spiegò loro velocemente la situazione invitandole a non girarsi per non destare sospetti e le convinse a riprendere asino e " mandrucchie" ed a scappare verso la strada più breve che portava a Rocca di Cambio.
Avrebbe pensato lei ad escogitare qualche manovra diversiva in modo che i folletti non si accorgessero della fuga.
Uscite le ragazze, Mammupeppe, detta velocemente un'altra preghiera, si alzò, fece finta di andare verso l'altare, toccò qualche candelabro poi, all'improvviso, tornò indietro verso il centro della Chiesa ed incominciò a correre su e giù spostando banchi ed inginocchiatoi per dare l'impressione di grande movimento ed urlando a più non posso :" Sette n'ammassene, sette ne spianene, sette ne fanne i maccarune, sette vanne pe'll'acque i sette appicciene u foche".
E così via fino a che, stanca, si diresse pian, piano verso l'uscio. Si affacciò fuori della Chiesa e vide le ragazze che di gran carriera erano giunte in un punto che poteva ritenersi sicuro. Allora uscì di corsa anche lei dimenticando il suo fagottello che aveva appoggiato su di un banco.
I "Mazzamureje" si accorsero che nella Chiesa non era rimasto nessuno ed uscirono di fuori. Videro la vecchietta che già era giunta all'inizio della salita. " Auziò - gridarono – nonnina, hai dimenticato la tua "mandrucchia"!
E Mammupeppe con ancora un groppo alla gola e tutta trafelata per la corsa in salita ma già lontana " Aitela, rispose, aitela" Tenetela.
Si ritrovarono tutte a casa di una di esse e raccontarono l'accaduto a parenti ed amici. Questo fatto destò molto scalpore ma non fu l'ultima volta che i "mazzamureje" apparvero ai rocchicagnesi con il vestitino rosso ed in testa un cappello dello stesso colore.


" U TRONT(E)"


Era proprio un inverno particolare con tantissimo freddo e poca neve. Quest'ultima caduta in abbondanza verso la fine di novembre ed i primi di dicembre si era disciolta in pochi giorni a causa di un forte scirocco.
Natale, quindi, era trascorso così in un'atmosfera diversa dalle altre volte e solo verso Capodanno una leggera coltre bianca aveva ricoperto nuovamente la campagna e il maestoso Monte Cagno.
Le giornate passavano monotone tra l'accudire gli animali, nelle stalle rese tiepide dal calore che essi emanavano, e le solite faccende domestiche.
Le serate erano ancora più tristi. Gli uomini lontano, in Maremma, per guadagnare quel poco che bastava per campare moglie e figli. Si passava il tempo, in attesa di andare a letto, davanti al camino alla luce di una fioca candela che, spesso, per uno strano gioco di ombre, disegnava sulle pareti delle figure che la fantasia trasformava in personaggi o animali
Questa monotonia veniva rotta molto raramente. Le ragazze per bene, si diceva, non escono di casa. Ricamano, lavorano al tombolo, preparano il corredo, aiutano a filare ed a lavorare al telaio e guai a parlare di ragazzi o, tanto più, di fidanzati. Si veniva subito apostrofate con l'odiato nomignolo di " Sciuerta".
Ogni tanto, però, le ragazze si ribellavano a questa situazione. Si riunivano a casa di una di esse a trascorrere qualche ora insieme e quella volta avevano passato una bella serata, allegra e spensierata, raccontando i fatti del paese e prendendosi in giro, a vicenda, per colpa di quei giovanotti che tormentavano il loro cuore. Avevano ricamato e giocato a tombola ed infine avevano deciso, approfittando della stagione alquanto mite, di riunirsi all'alba del mattino successivo per andare a raccogliere legna secca nei boschi di Monte Rotondo.
Erano tutte ragazze giovani ed allegre. Anche Lena era giovane ed allegra ma per lei era davvero molto importante rifornirsi di legna, avendone oramai esaurito le scorte, in quel gennaio che sembrava più rigido del solito e con la mamma a letto per quegli acciacchi che la costringevano a restare sempre in casa.
Stava pensando proprio questo prima di andare a letto. Non vedeva sbocco a questa situazione. Si sedette un po' davanti al comò, si specchiò mentre riordinava i suoi lunghi capelli resi dorati dalla luce della candela e, dopo aver detto la solita preghiera, si addormentò preoccupata ed inquieta.
Era la notte del 24 gennaio, una notte "famosa" a Rocca di Cambio e molto temuta. Le vecchie, infatti, raccontavano che proprio quella notte passava " U Tront(e)", l'uomo vestito di ferro, con in mano lunghe catene che non poteva attraversare i corsi d'acqua e che compariva solo dove due strade si incrociavano.
Nessuna delle ragazze, però, per l'entusiasmo di quella sera, aveva ricordato questa circostanza.
Dopo una notte agitata Lena si svegliò di soprassalto. Il sole stava per sorgere, annunciato dal chiarore dell'alba che rendeva scuri i profili delle montagne laggiù all'orizzonte. La neve, nei pochi punti dove era rimasta a chiazze, risplendeva di mille riflessi rosa e violetti ed i passeri litigavano sui tetti.
Lena si vestì in fretta dimenticando di pettinarsi e corse in strada per attendere le compagne. Aspettò a lungo tremolante ed impaurita mentre a distanza, ogni tanto, si sentiva il chicchirichì del gallo che annunciava il nuovo giorno. Le sembrò di aver aspettato tanto tempo e, visto che il sole cominciava a fare capolino dalla parte dei colli, si avviò verso la stalla. "Saranno già andate via senza di me " pensò "ma le raggiungerò". Sellò l'asinello e se lo trascinò dietro pigro ed assonnato. Passò a fianco della fontana delle "Perella" , imboccò la strada della "Crocetta", prese la diramazione verso "Foce" ed infine, dopo una camminata resa faticosa da tratti di strada innevati, arrivò alla "Valle". Qui legò l'asino al tronco di un albero e chiamò più volte le compagne. Nessuno le rispose.
Adesso il sole era già alto ma il freddo non era attenuato. Si mise a sedere su un vecchio tronco, si concentrò per cercare di captare le voci delle amiche. Niente! Solo il fruscio di foglie secche spostate di qua e di la da un leggero venticello ed il canto di qualche uccello lontano. Si alzò più volte impaziente ed agitata. Rimirò, perché ne fu attratta, le orme di una lepre inseguita dalla volpe e ,poi, quasi stufa per questa strana situazione, si risedette ed allora trasse dalla tasca un pettine ed incominciò a pettinarsi.
All'improvviso una voce o, forse, un tuono :" O tu che stricc(e) i 'ntricc(e) quesse trecc(e) farist(e) deventà j'ommen(e) matt(e)".
Lena si voltò atterrita, il pettine le cadde dalle mani. Davanti a lei un uomo altissimo, vestito di ferro, che trascinava un fascio di grosse catene: "U Tront(e)".
Rimase immobile ma , poi, vedendo che l'uomo le si avvicinava sempre di più si alzò e prese a correre. Voltatasi si accorse che "U Tront(e)" la inseguiva. Dove andare? Ricordò con enorme sollievo che l'uomo di ferro non poteva attraversare i corsi d'acqua e si diresse verso la "Forma", un ruscello che scorreva piuttosto lontano.
Attraversò boschetti di pioppi, cadde più volte in mezzo alle erbacce, rimase più volte impigliata ai ramoscelli dei rovi, perse lo scialle ed il mantello e finalmente giunse nei pressi dell'acqua che scendeva impetuosa. In quel punto attraversare era quasi impossibile ma non ebbe altra scelta. Si gettò fra gli alberelli di salice, cadde nella neve e rotolò, infrangendolo, sul sottile velo di ghiaccio che copriva il ruscello. Si inerpicò disperatamente sulla sponda scoscesa e scivolosa. Finalmente fu in salvo!
Rimase per un po' sdraiata sul ghiaccio poi si volse a guardare alle sue spalle. "U Tront(e)" era scomparso.
Meno male, pensò. Improvvisamente si sentì rilassata e stanchissima. Aveva tanto caldo. Appoggiò la testa, chiuse gli occhi e svenne.
La trovarono le amiche, molte ore dopo, seguendo le orme. Le vesti bagnate oramai rigide per il gelo.
Visse ancora alcuni giorni. Nel delirio parlava di un uomo vestito di ferro che trascinava catene.


Fontanile

Ufficio I.A.T. UNPLI S.C.N.


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